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L’Informazione rende liberi. È attorno a questo aforisma socratico che si è intrapresa la stesura del progetto SF Club Magazine. Una rivista che mira alla diffusione delle informazioni economiche, finanziarie e geopolitiche, avvicinando sempre di più le nuove generazioni al mondo dell’informazione. Redatto dalla Community, per la Community, raccoglie la volontà e gli sforzi di giovani universitari che condividono la stessa passione: informare ed essere informati e liberi di esprimersi attraverso il proprio potenziale.

Articoli

1345, La grande crisi di Firenze

Alessandro Colasanti - SFClub Firenze

Siamo negli anni ’40 del 1300, l’attività bancaria e finanziaria in Europa ha Firenze come capitale. Nascono la figura del mercante e le prime forme associative che in maniera prevalente si dedicano al commercio di denaro e alla concessione di finanziamenti. Circa 80 case bancarie tra cui i Frescobaldi e le compagnie dei Bardi e dei Peruzzi operano su tutte le piazze in posizione di forza. La situazione sembra la più fiorente eppure si affaccia alla finestra la prima grande crisi della storia, che metterà a dura prova la tenuta della città di Firenze.

Nel 1345 Edoardo III d’Inghilterra decide di annullare un enorme debito di 1.3 milioni di fiorini che aveva nei confronti delle compagnie dei Bardi e dei Peruzzi per finanziare la fallimentare “Guerra dei cent’anni”. Questo scatenò un effetto domino che colpì non solo i grandi prestatori ma anche le famiglie di mercanti-banchieri e dei piccoli investitori finanziari da loro garantite, che vennero escluse dai mercati europei. Inizia così una crisi che anche da sola avrebbe potuto distruggere il commercio a Firenze.

Il fallimento delle famiglie d’affari fiorentine, oltre a essere dovuto a una non sempre onorevole rete di relazioni internazionali e alla ricerca della massimizzazione del profitto, è altresì dovuto all’assenza di una struttura legale che conosca la responsabilità limitata. Il comune di Firenze si trova quindi a gestire procedure di fallimento ricercando delle soluzioni condivise e solide come la ristrutturazione concordata del debito che non sempre si rivela praticabile. Da tutta Europa arrivavano richieste di pagamento dei debiti delle famiglie fiorentine e questo fa sì che il problema da privato diventi pubblico, considerando che una caduta di fiducia porterebbe a ripercussioni incalcolabili e metterebbe in discussione la tenuta della città.

Nello stesso anno della famosa cancellazione del debito inglese nei confronti di Bardi e Peruzzi, il Comune di Firenze dichiara la propria impossibilità a ripagare i prestiti ottenuti dai cittadini. Qui troviamo una prima risposta dell’amministrazione fiorentina che si impegna a pagare un interesse perpetuo del 5% calcolato sul valore nominale del credito, dichiarando di non poter ripagare il valore nominale del debito. Il debito pubblico della città aveva negli anni precedenti assunto proporzioni insostenibili e un appellativo illustrativo delle proporzioni, Il Monte. Comincia una guerra finanziaria e amministrativa da parte del Comune per tentare di mantenere intatta la fiducia dei creditori sparsi per l’Europa. L’amministrazione si rivela ingegnosa e crea un imponente registro pubblico di tutti i creditori del Comune il quale, seppur mediante gesto simbolico, sta a dimostrare una forte volontà di trovare le migliori soluzioni. Firenze a questo punto crede che sia effettivamente possibile gestire e ridimensionare il Monte.

Furono escogitate delle forme assai creative di approvvigionamento del credito. I creditori del Comune venivano incoraggiati a prestare altro denaro in cambio della possibilità di vedersi scongelato il valore nominale del loro credito pregresso (precedentemente trasformato in un interesse perpetuo). Si era così creato un mercato del debito in cui il valore nominale poteva essere venduto a terzi che lo acquistavano a prezzo scontato garantendosi il pagamento del solo interesse. Questi scaltri operatori finanziari potevano a loro volta reinvestirlo nel Comune prestando altro denaro, scongelando tutto il credito nominale del titolo e garantendosi enormi profitti.

Il sistema incredibilmente tiene, sostenuto da una classe di mercanti e banchieri che avevano consolidato da tempo i loro prodotti e processi manifatturieri. Neanche la grande peste del 1348-1349 affonda definitivamente il sistema a causa della paradossale crescita dei salari dovuta alla diminuzione di manodopera che nella Firenze del tempo funziona da grande balzo dopoguerra. Questo almeno fino al 1378, dove l’equilibrio si romperà nuovamente a causa della rivolta dei salariati.

Fonti

  • 1345. La bancarotta di Firenze: una storia di banchieri, fallimenti e finanza, Lorenzo Tanzini, Salerno Editrice, 2018


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Amadeo Peter Giannini, l’uomo che cambiò il modo di fare banca

Michele Marino e Mario Georgev - SFClub Parma

Una storia straordinaria e al tempo stesso sconosciuta è quella di Amadeo Peter Giannini, l’uomo che cambiò il modo di fare banca. Figlio di emigranti italiani, nacque il 6 maggio 1870 a San Josè, California. Non dimenticò mai la sua patria e aiutò i connazionali grazie alla sua grande umanità, intelligenza e straordinaria intuizione.

A soli sette anni capì che il denaro poteva anche uccidere, assistette infatti all’assassinio del padre per mano di un bracciante in debito di un dollaro. Ragazzo intraprendente, studiava e contemporaneamente aiutava la madre e il nuovo compagno nel negozio di ortofrutta lasciato in eredità dal padre. Si sposò con la figlia di un ricco emigrante che fiutò il suo talento e gli chiese di amministrare la sua azienda, la Columbus Saving and Loan. Giannini non approvava però le elevate commissioni che gli italiani dovevano pagare per i trasferimenti di denaro in patria. Dopo inutili lotte per un cambio di politiche, egli fondò nel 1904 Bank of Italy, la sua piccola banca aperta a tutti. All’inaugurazione dichiarò che un banchiere si poteva definire tale solo se non negava il credito a nessuna persona onesta. All’epoca l’accesso al credito era riservato solo ai ricchi, l’importo minimo per un prestito era infatti di 200 dollari e venivano richieste diverse garanzie. Gli immigrati e la popolazione più povera non avevano altra scelta che rivolgersi agli usurai. Tutto questo per Giannini era un’ingiustizia e già da subito concesse prestiti anche di soli 25 dollari e senza garanzie, se non dopo una chiacchierata con i richiedenti.

Il terremoto che colpì San Francisco nel 1906 fu una grande minaccia per la banca, che rischiò di perdere tutto tra le macerie. Tuttavia, Giannini nelle prime ore del mattino si recò sul posto e mise in salvo tutto l’oro e il denaro portandolo a casa. In quel momento capì che se non avesse fatto qualcosa di importante la città sarebbe morta. Decise allora di finanziare la ricostruzione. Mentre gli altri banchieri aprirono dopo mesi, Giannini, a distanza di soli sei giorni dall’accaduto, fissò un’insegna davanti alla casa del fratello che affermava: “Prestiti come prima, anzi più di prima”. Si formarono lunghe file di bisognosi che chiesero e ottennero denaro a fronte solo di un foglietto firmato con nome e cognome. Convinto che molti non potessero raggiungerlo, il banchiere di origine italiana girò egli stesso per i vari quartieri della città, con un carretto pieno di denaro, concedendo prestiti. Tutto ciò aumentò sia la fiducia nei sui confronti che i risparmi depositati presso la banca.

Caparbietà e straordinaria visione del futuro permisero ad Amadeo Giannini di trasformare questa piccola realtà nella più grande banca del mondo, la Bank Of America. I conti della Bank of Italy vennero quindi chiusi e da una loro analisi emerse che il 96% di quanto sborsato per i prestiti senza garanzia era stato rimborsato. Continuò ad operare al fianco degli immigrati che volevano migliorare il proprio destino e quello dei figli. Mecenate e filantropo, finanziò ricerche mediche e scientifiche e diversi progetti di artisti e registi: “Il monello” di Charlie Chaplin e “Biancaneve e i sette nani” di Walt Disney beneficiarono del suo sostegno. Finanziò anche il progetto del Golden Gate Bridge, oggi simbolo di San Francisco, senza interessi ad un’unica condizione: impiegare nei lavori solo uomini del posto per attenuare i problemi della crisi del ’29. Concorse a finanziare il New Deal di Roosevelt e anticipò gli aiuti del Piano Marshall destinati all’Italia.

Lasciò, nel 1945, la presidenza di quella che era diventata, con un patrimonio di oltre 6 miliardi di dollari, la banca più grande del mondo. Morì quattro anni dopo restando fedele alla sua teoria sulla ricchezza: “Un uomo che desideri possedere più di 500.000 dollari dovrebbe correre dallo psichiatra”. Un’analisi del suo patrimonio stabilì infatti che questo ammontava a 489.278 dollari.


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Oil for dummies

Rocco Romaniello - SFClub Padova

La finanza è spesso fonte di sorprese. I tassi di interesse sotto lo zero prima, il crollo del prezzo del petrolio in territorio negativo dopo. Ma cosa comporta un prezzo del petrolio negativo? Che una volta fatto il pieno il vostro benzinaio debba pagarvi? No. Che avreste potuto avere dei barili di petrolio come tavolini per il vostro giardino ed essere pagati per questo? Forse.

Per avere delle idee più chiare in merito dobbiamo fare un passo indietro e capire perché spesso, tra i vari indici elencati nei principali telegiornali italiani ed internazionali, si parla delle ultime quotazioni di mercato per il petrolio. Infatti, nonostante gli sforzi verso l’idea di green economy, l’economia globale è ancora strettamente dipendente da combustili fossili, motivo per cui il petrolio riveste un ruolo di primaria importanza.

Il prezzo del petrolio si comporta secondo la famosa legge della domanda e dell’offerta, Economics 101, direte voi. Certo, ma con una lieve differenza. La maggior parte dell’offerta di petrolio è in mano a pochi produttori: USA, Russia ed OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries). Dominato da un oligopolio, il mercato del petrolio risente delle decisioni assunte da questi tre players, in particolare nel momento in cui non c’è cooperazione tra le parti (vedi il famoso dilemma del prigioniero).

Proprio tale struttura ha permesso lo storico crollo del prezzo del petrolio. Lo shock esogeno nella domanda causa Covid-19 di 29 milioni di barili, accompagnato dal mancato accordo per il taglio alla produzione tra Russia e Arabia Saudita, ha provocato un iniziale crollo del prezzo del petrolio. Tale crollo è stato ulteriormente accentuato dal peggioramento delle conseguenze del lock-down e dall’assenza di ulteriore spazio per immagazzinare il petrolio, rendendo vano il successivo accordo per il taglio alla produzione raggiunto ad aprile.

A questo punto è necessario però fare chiarezza sul prezzo preso in considerazione.

Il benchmark di riferimento per il prezzo del petrolio USA è il West Texas Intermediate (WTI). Esso fa riferimento al prezzo del contratto future scambiato nel NYMEX con scadenza un mese e con la commodity come sottostante. Questo contratto permette di ottenere un predeterminato numero di barili di greggio, in una predeterminata data e ad un predeterminato prezzo e viene spesso utilizzato dagli investitori per speculare/diversificare il proprio portafoglio titoli. La sua natura è stata la causa stessa del crollo. Generalmente questi contratti vengono liquidati prima della scadenza (quanti traders vorrebbero ricevere a casa barili di greggio?), ma data l’elevata offerta e la scarsa domanda dei contratti con scadenza 21/04, il prezzo è continuato a crollare fino a raggiungere il livello storico di -37.63$ (-305.9%) il giorno prima della scadenza.

L’evento, seppur storico, non è irrazionale come sembra dato che il costo da sostenere per immagazzinare i barili sarebbe molto più elevato rispetto all’attuale prezzo pagato per sbarazzarsene. L’attuale livello dei prezzi del petrolio ha creato una situazione di Contango in cui i prezzi futures sono più alti rispetto al prezzo spot, creando possibili occasioni di profitto nel momento in cui si dispone di grossi magazzini o eventualmente di una petroliera (chi non ce l’ha?).

C’è un lato positivo in tutto questo. Gli attuali prezzi sui futures riflettono una visione ottimistica in cui il prezzo del petrolio crescerà a seguito dell’aumento della domanda a livello globale per la ripresa della produzione industriale. Ciò significa un graduale ritorno alla normalità che fa ben sperare gli investitori, meno gli ambientalisti.

E voi? Avete ordinato un barile per il vostro giardino?


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Il FinTech supererà il test Covid-19?

Noemi Viggiano - SFClub Tor Vergata

L’emergenza Covid-19, che da settimane ha costretto milioni di italiani a rimanere nelle proprie abitazioni, ha reso evidente quanto il nostro paese continui ad essere ancorato a sistemi tradizionali e quanto sia necessario investire in innovazione tecnologica e digitalizzazione. In questo contesto, PwC ha pubblicato la terza edizione del report FinTech 2020 in Italia, realizzato su 364 aziende, di cui 278 appartenenti al settore FinTech e 86 al settore TechFin.

Benché l’analisi riveli significativi ritardi nello sviluppo tecnologico in ambito finanziario, il settore del FinTech in Italia si sta sviluppando con dinamicità seguendo il trend globale e promettendo una rapida riduzione del gap ad oggi esistente. I dati, infatti, riportano un aumento del numero di aziende operanti nel settore - 49 in più rispetto alle 278 già esistenti, con il debutto di nuovi segmenti di business come il Real Estate o l’investimento in cripto-valuta - e del fatturato, con una crescita del 40%.

L’impatto negativo del Covid-19 riguarderà principalmente l’ambito del Venture Capital con una riduzione degli investimenti verso numerose start-up e quindi con la chiusura di aziende in fase di sviluppo. Un’altra probabile conseguenza negativa sarà la diminuzione del fatturato dovuto alla riduzione delle transazioni. Tuttavia, non mancano potenziali opportunità di sviluppo. L’emergenza sanitaria ci ha costretto ad ammettere il valore dei sistemi tecnologici e ha dato il via ad uno sviluppo tecnologico che nelle migliori delle ipotesi continuerà anche in futuro.

È molto probabile che, anche dopo aver superato l’emergenza, gli italiani continuino ad utilizzare ed a richiedere sistemi informatici e digitalizzati non soltanto in ambito lavorativo o scolastico, ma anche, e soprattutto, in ambito finanziario. Pertanto, il settore del FinTech ha grandi opportunità di crescita offrendo servizi veloci, efficienti e semplici, ma sarà in grado di sfruttarle?

Fonti

  • Rapporto FinTech 2020 in Italia, a cura di PwC
  • Fintech italiano in ritardo, ma l’emergenza rappresenta un’opportunità, Il Sole 24 Ore


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Nudge: La spinta gentile

Thomas Esposito Ferrara - SFClub Cattolica

Richard Thaler è un professore della Booth School of Business dell’Università di Chicago e vincitore del premio Nobel per l’economia nel 2017 “per i suoi contributi all’economia comportamentale”. Autore, insieme a Cass Sunstein, del bestseller internazionale Nudge: Improving Decisions about Health, Wealth, and Happiness, ha dedicato particolare attenzione all’ambito finanziario: i contributi apportati alle scelte di risparmio in materia previdenziale sono stati fondamentali per migliorare il ruolo svolto dalla previdenza complementare nel sistema pensionistico dei diversi Paesi.

Il caposaldo della sua ricerca verte sulla critica dell’homo oeconomicus, inteso come il soggetto che incarna tutte le caratteristiche derivanti dalle assunzioni dei complessi modelli economici, di cui spesso l’economia neoclassica ha fatto abuso nel corso degli anni. Gli autori osservano che un uomo del genere avrebbe le facoltà intellettuali di Albert Einstein, le capacità di memoria paragonabili a quella del Big Blue (il super computer dell’IBM) e una forza di volontà degna di Gandhi, mentre le persone in carne e ossa non sono fatte così. Più realisticamente Thaler incentra la propria analisi sull’homo sapiens, caratterizzato da razionalità limitata, e afferma che gli esseri umani, in condizioni di incertezza, si trovino spesso a compiere decisioni e ad adottare comportamenti non allineati con le previsioni dei modelli economici tradizionali. L’economia comportamentale si occupa proprio di unire le teorie economiche con gli insegnamenti derivanti dalle altre scienze sociali, in modo da fare previsioni più accurate. Incorporare il comportamento umano nei modelli economici migliora l’accuratezza della scienza economica.

Assodata la fallibilità umana, gli autori indagano i meccanismi del cervello umano che ci portano a formulare giudizi e a prendere decisioni. Preso atto che non è possibile compiere scelte solamente mediante il sistema riflessivo, siccome non possiamo passare tutto il tempo a pensare e ad analizzare tutto, gli autori analizzano una serie di regole pratiche utilizzate per compensare questa condizione umana e prendere decisioni più rapidamente: ancoraggio e aggiustamento, disponibilità, rappresentatività, ottimismo, avversione alle perdite, inerzia verso lo status quo e formulazione.

Concludono, considerando anche le imperfezioni degli esseri umani, che è possibile estendere le tradizionali opzioni a disposizione delle imprese o della politica pubblica (tasse, sussidi, incentivi, vincoli, divieti, ecc.), introducendo un nuovo strumento, il “nudge”, al fine di migliorare il benessere delle persone orientando le loro decisioni e al tempo stesso mantenendo la libertà di scelta. Nel loro libro, Thaler e Sunstein chiamano questo approccio “paternalismo libertario”. Il premio Nobel 2017 ha dimostrato come una “spinta gentile”, un pungolo (nudge) possa alterare il comportamento degli individui in maniera prevedibile senza proibire alcuna opzione o modificare in misura significativa gli incentivi economici.

È un esempio di nudge la scelta di alcuni istituti finanziari del nord Europa di invertire l’opzione di default relativa alle scelte di investimento socialmente responsabili, impostando come opzione base tutti i clienti come investitori etici. Se qualcuno desidera sottoscrivere fondi non etici, deve semplicemente e a costo zero spuntare la casella corrispondente. In pratica, sfruttando l’inerzia verso l’opzione di default che il modello impone gentilmente, è possibile aumentare gli investimenti socialmente responsabili in una misura molto maggiore rispetto a quello che potrebbe fare l’introduzione di un incentivo fiscale a favore dello stesso tipo di investimenti. Un altro esempio, di grande attualità, è la nuova segnaletica adottata a Milano su bus e metro per mantenere le distanze. “Stai qui/Stand here”, recitano gli adesivi rossi incollati al suolo. Mentre sui segnaposti applicati sui sedili si legge: “Non sederti qui/Please don’t sit here”. Sembra paradossale dover ricordare la distanza di sicurezza in tempo di Coronavirus, ma il comune di Milano, ben conscio del fatto che le persone tendono a sbagliare, ha voluto modificare l’architettura degli stimoli presente sui mezzi di trasporto pubblico, in modo che la scritta per terra ricordi al sistema riflessivo di fermare il sistema impulsivo dal sedersi nel primo posto libero a disposizione senza aver valutato adeguatamente la distanza di sicurezza.


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L’importanza dell’UE per l’Italia: crisi sanitaria e ruolo delle aspettative

Carlo Mereu e Elvis Vitanza - SFClub Palermo

Molte persone in questo periodo si sono interrogate su quali sarebbero stati i risvolti economici della crisi sanitaria attuale in un’Italia non facente parte dell’UE. Per poter analizzare nel dettaglio quest’ipotesi si ritiene opportuno valutare, in primo luogo, gli effetti che l’aspettativa dell’arrivo del coronavirus ha avuto su paesi che non fanno capo ad un’impalcatura sovranazionale come l’UE. Considerando la situazione di alcune nazioni emergenti, o comunque con assetti istituzionali ed economici non propriamente solidi (e.g. Brasile, Turchia) e che non sono parte di istituzioni simili all’Unione, si può subito denotare come, sebbene la pandemia di coronavirus sia arrivata relativamente tardi, l’attesa della stessa abbia innescato una condizione di emergenza economica tutt’altro che trascurabile. Si sente già parlare di una recessione disastrosa, che farebbe rabbrividire i numeri registrati nell’ormai lontano 2008. I giornali brasiliani, ad esempio, parlano di “How coronavirus fears caused the brazilian markets to plummet”, a dimostrazione di come le aspettative giochino un ruolo fondamentale in questo tipo di dinamiche (una crisi economica ancor prima di un arrivo di una crisi sanitaria). Ritornando alla questione principale, ossia quale sarebbe stata la posizione dell’Italia in questo contesto storico senza l’appoggio dell’Eurogruppo, la risposta appare lapalissiana.

Difatti, se l’Italia si trovasse al di fuori di questo meccanismo, tra BCE, PEPP e fondi assicurativi a livello europeo, la situazione non sarebbe poi estremamente diversa da quella dei paesi sopracitati. E’ pertanto cruciale evidenziare come, a prescindere dalla natura degli aiuti e dalle decisioni che si prenderanno nel prossimo futuro, la sola possibilità di potersi sedere al tavolo delle trattative riguardanti gli aiuti stanziati rappresenti già, seppur indirettamente, una forma di sostegno al nostro paese. Articolando meglio il periodo precedente, è facile comprendere come, in un contesto privo anche della sola eventualità di un aiuto da parte di un’organizzazione sovranazionale, si tratti dell’Italia o della Turchia, la situazione non sarebbe poi così dissimile: le aspettative della crisi sanitaria incombente non avrebbero fatto altro che generare sgomento prematuro ed incertezza economica. Quest’ultima, dati alla mano, rappresenta una delle principali cause di sfiducia nelle istituzioni e di “formazione” di partiti con politiche riconducibili al populismo, che, a loro volta, alimentano il clima di tensione già presente. Si veda a proposito il paper di L.Guiso, H.Herrera e M. Morelli intitolato “Populism: Demand and Supply”.

A conferma della tesi secondo la quale la partecipazione ad un’unione economica possa fornire un aiuto rilevante, è opportuno citare alcune delle misure stanziate da parte dell’UE a sostegno degli stati membri. Su tutti l’accesso al Pandemic emergency purchase programme (PEPP), misura non-standard di politica monetaria creata nel Marzo 2020 al fine di regolare gli effetti sul transmission mechanism, ossia tutti quegli effetti a cascata che le politiche monetarie e le conseguenti variazioni del tasso di inflazione hanno su una serie di elementi: i tassi del money market, i prezzi degli stock, la quantità di valuta circolante, l’ammontare dei depositi e i tassi imposti dalle banche commerciali e quindi il costo del prendere a prestito etc. Ovviamente la variazione delle variabili sopracitate ha forti ripercussioni, specie di breve periodo, su indicatori macroeconomici rilevanti, quali l’ammontare degli Investimenti, il Consumer spending e, di conseguenza, la Domanda Aggregata. Il PEPP non è altro che un “asset purchase programme”, ossia una misura (temporanea) volta all’acquisto di titoli del settore pubblico (con maturità residua variante da 30 giorni fino a 30 anni e 364 giorni) e privato, fino ad un tetto massimo complessivo di 750 miliardi di euro. La temporaneità del PEPP è legata alla decisione del Consiglio Europeo, subordinata alla fine della pandemia del coronavirus. Tra le altre misure spicca sicuramente il tanto dibattuto MES (Meccanismo Europeo di stabilità), un fondo assicurativo con quote garantite da parte di tutti i paesi dell’UE. Gli stati contribuiscono al MES in maniera proporzionale al loro PIL, formando così una cassa comune utilizzata come garanzia per indebitarsi a leva nei mercati. Con tale modalità si riescono ad ottenere tassi di interesse molto bassi, vista l’ampiezza della base di garanzia, e in ogni caso più bassi rispetto a quelli che i singoli stati avrebbero potuto ottenere.

Queste manovre rappresentano solo due dei numerosi strumenti di salvaguardia che la permanenza nell’UE ci garantisce. Siamo davvero sicuri che l’eventualità di un’Italexit, alla luce di quanto enunciato in merito agli effetti che le aspettative hanno sul presente e in merito ai vari strumenti stanziati dai vertici dell’Eurogruppo, sia davvero uno scenario auspicabile?


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Il fenomeno B&B tra Napoli e la Campania: esplosione e crescita

Carmine Pio Trombetta, Enrico Mappa, Luigi Fiorile, Dora Armonioso - SFClub Parthenope

Negli ultimi anni si è diffuso con prepotenza nelle zone metropolitane della Campania -in particolare nella città di Napoli- il fenomeno dei B&B. Questa crescita smisurata è attribuibile a diversi fattori, come all’affermarsi di nuove start-up (Airbnb tra tutte), le quali creano una vera propria intermediazione tra la domanda e l’offerta, avvicinando queste due componenti più che mai: infatti, alla prima vengono approntate una quantità smisurata di soluzioni, considerati sia i portafogli che le preferenze, mentre l’offerta può contare su un modello di lean management che da un lato facilita l’ingresso nel business di piccoli imprenditori, perlopiù famiglie, mentre dall’altro consente un radicale abbattimento dei costi operativi e quindi dei prezzi finali. A questa irrompente crescita si è accompagnata una fortissima propulsione dell’economia cittadina: insieme agli introiti delle suddette strutture, si è registrata una forte crescita dell’economia indotta che ha fatto cambiare completamente faccia, in particolare, alla città di Napoli, con un’evoluzione travolgente dei settori della ristorazione, della cultura (è indicativa la crescita degli ingressi alla Cappella Sansevero: i ticket venduti sono passati dai 563.313 del 2017 ai 758.453 del 2019, con un trend costantemente crescente) e della mobilità pubblica (in merito alla quale sono attesi altri rilevanti potenziamenti nell’immediato futuro con la costruzione di nuove infrastrutture cittadine e non). Tuttavia, dopo ben 5 anni di crescita, nel 2019 il CST (Conto Satellite del Turismo per l’Italia) ha registrato un calo per la stagione estiva dello 0,9%, e la tendenza nel 2020, causa COVID-19, è ancora più gravosa: l’ISTAT parla di una flessione minima di un ulteriore 0,9%, con una perdita di almeno 13 milioni di presenze turistiche ed una perdita di almeno €1,6 miliardi. Queste stime sembrano sempre più al ribasso. A che punto arriveranno le perdite e il rallentamento? Come proseguirà la crescita del settore?

Fonti

  • ISTAT
  • CST
  • Cappella San Severo, 2019 da record, Il Mattino
  • Cappella San Severo, ingressi da record, Il Corriere del Mezzogiorno


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Il Keynesismo militare

Francesco Pio Meli - SFClub Pavia

La costruzione di piramidi, i terremoti, perfino le guerre possono servire ad accrescere la ricchezza. - John Maynard Keynes

Le idee keynesiane furono oggetto di una pletora di dibattiti con gli economisti liberali neoclassici, sostenitori del Laissez-faire (contraltare dell’interventismo statale di stampo keynesiano). Questo dibattito perdurò sino allo scoppio della Seconda guerra mondiale, che aprì le porte al Keynesismo militare ghigliottinando le teorie degli economisti neoclassici.

Keynesismo militare e Seconda guerra mondiale

L’idea alla base del Keynesismo militare è che un incremento della spesa pubblica nel settore della difesa permetterebbe il conseguimento della piena occupazione e di conseguenza della crescita economica. Si tratta semplicemente di una variazione dell’economia keynesiana che vede la sua applicazione attraverso ingenti investimenti in spese militari. Questa dottrina divenne popolare soltanto dopo la fine della Seconda guerra mondiale, quando fu evidente che le elevate spese militari avevano permesso agli Stati Uniti di uscire dalla Grande Depressione.

L’inizio della guerra, come pronosticato da Keynes, spinse il governo di Washington ad assumere molti economisti keynesiani, dal momento che quell’ideologia permetteva agli enti amministrativi di diventare i veri protagonisti dell’economia di guerra. Tra questi, il primo fu Alvin Hansen, che venne nominato nel 1939 economista della Casa Bianca dal presidente F.D. Roosevelt. Un’altra notevole influenza keynesiana arrivò dall’economista Robert R. Nathan che a partire dal 1942 diresse il War Production Board, agenzia governativa che supervisionò la produzione bellica durante quegli anni. Il WPB pianificò la produzione di carri armati, fucili e bombardieri, arrivando ad ordinare la costruzione di 85 mila aerei militari nel 1943. In quello stesso anno Joseph Stalin dichiarò: “Senza la produzione Americana, gli Alleati non avrebbero mai potuto vincere la guerra”.

Come mostrato nella figura seguente, l’incremento della spesa militare statunitense durante la Seconda guerra mondiale coincise con un intenso Boom economico.

Le stime mostrano come la spesa militare raggiunse nel 1944 il 43 per cento del PIL statunitense con conseguente crescita economica di circa il 18 per cento nel 1942 ed una crescita media del 6 per cento negli anni ‘40. Moltissimi disoccupati trovarono lavoro nella produzione bellica. Infatti, come mostrato dall’economista John Kenneth Galbraith nel saggio “Storia dell’economia”, la disoccupazione scese drasticamente dal 17,2 per cento del 1939 all’1.2 per cento nel 1944. La Seconda guerra mondiale fu la prova delle potenzialità dell’interventismo statale e questo si tradusse in un rapido sorpasso della scuola economica neoclassica, assurgendo Keynes ad uno dei più brillanti economisti del XX secolo.

Crisi del Keynesismo

Questo invadente interventismo statale, tuttavia, cominciò a pesare sui conti pubblici. Da un lato il fenomeno portò il governo ad una parossistica ricerca di risorse per coprire l’ingente spesa pubblica, principalmente attraverso emissione di moneta e l’aumento di tasse e di imposte: nel 1945 il gettito fiscale era cresciuto del 950 per cento rispetto al 1939. Un’altra conseguenza fu la spinta inflattiva, che raggiunse il picco nel 1974, con un’inflazione pari al 12 per cento. I Keynesiani non seppero trovare risposta nelle loro politiche di interventismo, mostrando così un’incapacità nel controllo dei prezzi. La risposta a quei fenomeni arrivò da Milton Friedman, che spiegò l’inflazione galoppante considerandola come la semplice conseguenza di un’offerta di moneta superiore alla domanda. La fine dell’era Keynesiana aprì le porte al Monetarismo di Milton Friedman, ponendo fine ad un capitolo di storia economica durato più di 30 anni.


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Il Covid-19 riaccende la Trappola di Tucidide

Francesco Cirillo - SFClub Roma Tre

Il 15 Gennaio, quando è stata firmata la fase uno dell’accordo (tregua?) commerciale sembrava aver eliminato la Trappola di Tucidide. Ma in pochi mesi l’esplosione della pandemia legata al Covid-19 ha riacceso le tensioni tra Pechino e gli Stati Uniti.

Che cos’è la Trappola di Tucidide?

Negli ultimi anni Graham Allison dell’Harvard School’s Belfer Center for Science and International Affairs sviluppa, riprendendo il pensiero gilpiniano della Teoria della Guerra egemonica, il concetto della Trappola di Tucidide. Quest’ultima teorizza che quando una potenza in ascesa, nel panorama globale, tenta di “superare” la potenza dominante, quest’ultima cerca di impedirne la scalata. In alcuni casi lo scontro rischia di sfociare in un conflitto militare. Allison ha analizzato l’attuale scontro tra USA e Cina comparandolo a 16 casi storici differenti. In 12 casi su 16 si è constatato che lo scontro tra la potenza dominante e quella in ascesa è sfociato in uno scontro militare. L’attuale crisi sanitaria del Covid-19 ha riacceso lo scontro tra Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese. Pandemia che cambierà inesorabilmente alcuni equilibri dell’ordine globale.

La crisi del Covid e il possibile “momento Suez” di Washington

L’attuale gestione della pandemia globale ha mostrato per alcuni i limiti dell’Occidente. Le divisioni all’interno dell’UE, dove gli Stati, agli inizi della pandemia, hanno gestito la crisi senza nessuna cooperazione ha aumentato le diverse visioni ideologiche tra gli stati europei del “Nord” (Austria, Olanda, Finlandia, Svezia e Danimarca) e i paesi del fronte “Sud” (Spagna, Italia, Grecia, Portogallo); in questo l’asse Franco-Tedesco non è riuscito a mediare tra i due fronti. Nell’attuale contesto diversi paesi UE hanno applicato leggi d’emergenza, come l’Ungheria, che sospendono gli elementari diritti civili.

Dall’altra sponda dell’Atlantico la mobilitazione tardiva di Washington, nonostante gli avvertimenti dell’intelligence a gennaio, rischia di indebolire la proiezione d’influenza statunitense nel mondo, a discapito di una possibile ascesa cinese. Ciò si potrebbe tramutare in una rivalità che riaccenderebbe lo scontro egemonico sino-statunitense, per evitare a Washington di perdere il suo status di superpotenza. Partendo dal presupposto che a livello politico-militare la supremazia di Washington è inarrivabile, la Cina sta spingendo per una intensificazione del soft power. Supporto tecnico-sanitario e invio di materiale prettamente sanitario (mascherine chirurgiche, ventilatori e altro) sono alcuni mezzi del supporto cinese che viene dato ai paesi colpiti, tra cui l’Italia. Molti hanno definito il progetto delle vie della seta come lo sviluppo e il consolidamento di una visione, con “caratteristiche” cinesi, della globalizzazione; con la pandemia la Cina ha iniziato a implementare la Via della seta Sanitaria, anche grazie all’immagine che la Cina cerca di darsi di fronte al mondo come Nazione benigna e collaborativa.

USA vs Cina in epoca Coronavirus

Nei mesi scorsi Washington ha accusato direttamente la Cina di aver ritardato ad avvertire la comunità internazionale della pericolosità del Coronavirus. Lo scontro Pechino-Washington però sembra aver intensificato la sfiducia tra le due maggiori potenze, incrinando il sistema internazionale. Questo ha aumentato la sfiducia tra le leadership statunitensi e cinesi. La diffidenza reciproca riapre lo scenario di scontro egemonico, in un periodo molto difficile per tutto il sistema globale, messo in ginocchio dalla crisi sanitaria. Crisi che potrebbe tramutare l’ordine globale. Come Herry Kissinger ha scritto sulle colonne del Wall Street Journal l’ordine mondiale cambierà pelle dopo la pandemia di Covid-19; per l’ex Consigliere della Sicurezza Nazionale Washington deve rimettersi alla guida del “mondo libero” per evitare di perdere la sua sfera d’influenza. Tuttavia, non metterebbe il freno alla metamorfosi dello scacchiere globale verso un possibile ordine uni-multipolare. In un possibile scacchiere uni-multipolare gli Stati Uniti potrebbero mantenere il ruolo di Superpotenza ma dovrebbero confrontarsi con altri player, potenze regionali e possibili potenze in ascesa (come Cina o in futuro l’India). In questo rinnovato Great Game Washington si troverebbe costretta a “cooperare” con alcune di esse o a cercare di frenare le spinte di altre. Difficilmente la posizione di Washington potrebbe trovarsi in pericolo, poiché le strutture e le reti di alleanze, tra cui la NATO, sono per il momento solide, poiché continuano a vederla come una guida, nonostante i periodi in cui si mostra isolazionista dallo scacchiere. Le future sfere d’influenza (politico-militare e non), che usciranno dalla epidemia, saranno stabilite dalle mosse che verranno attuate dai diversi player globali. Lo scoppio della pandemia globale ha stravolto completamente gli scenari, riaprendo la trappola tucididea. Lo scontro egemonico è ripartito.

Fonti


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La fiducia degli operatori economici ai tempi del Covid-19

Rossana Arcano, Marco Amato, Marco Spadaro, Jessica Tecchio - SFClub Messina

Crolla a marzo 2020 la fiducia degli operatori economici per effetto dell’emergenza Coronavirus, come segnalato dall’Istat attraverso l’Indice del clima di fiducia dei consumator, sceso da 110,9 a 101 (rilevazione effettuata tra il 2 e il 13 marzo 2020), e dal CFA Italy Radiocor Sentiment Index ormai a –53,8. L’indice di fiducia ISTAT misura la fiducia basata sulla spesa che famiglie ed imprese sostengono in specifici orizzonti temporali, con dei focus sui movimenti di fiducia in diversi ambiti (per i consumatori: clima economico, personale, corrente, futuro; per le imprese: area geografica, attività). Il Sentiment Index misura la visione degli operatori economici sull’evoluzione stabile-positiva o negativa del sistema economico nazionale.

Sentiment Index

Di solito si assiste ad un crollo della fiducia in presenza di epidemie, guerre, particolari situazioni politiche ed eventi negativi i quali influiscono negativamente sulla sfera psicologica del soggetto, inducendolo ad una maggiore avversione al rischio per il timore di un peggioramento e/o prolungamento dell’evento negativo. Lo scoppio della pandemia ha prodotto degli effetti sia micro che macroeconomici. Dal primo punto di vista, il diffondersi dei contagi ha indotto i consumatori ad una vera e propria corsa ai carrelli, acquistando beni di prima necessità in quantità eccessive rispetto ai normali consumi quotidiani, (seppur le attività economiche continuino tutt’oggi a produrre tali beni). Dal lato delle imprese ha indotto gli imprenditori a rimandare spese per investimenti in tecnologie, aumenti della capacità produttiva, etc. per la paura che a fronte di entrate pari a 0 i costi sarebbero divenuti insostenibili. Assistiamo inoltre ad un aumento della propensione al risparmio e ad una preferenza per la liquidità. I risparmiatori risultano essere scettici nelle operazioni di investimento, a causa dell’incertezza sulla durata della pandemia e sulle ripercussioni negative sul sistema finanziario. Su un’indagine statistica proposta a più di 100 individui i dati non risultano confortanti per banche e società d’investimento.

Fattore certamente rilevante è l’efficacia delle politiche economiche per vincere la negatività degli animi degli operatori. I provvedimenti del Governo e della BCE a sostegno delle categorie maggiormente colpite dal Covid-19 non hanno soddisfatto tutti, ragion per cui l’opinione pubblica si è spaccata in due: chi richiede interventi per tutti i cittadini e chi richiede una selezione peculiare (con i conseguenti problemi dati dalla necessità di accertare i soggetti effettivamente colpiti dal Covid). L’OECD (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ha stilato una lista di possibili interventi da parte dei Governi nazionali affinché l’epidemia possa limitare il più possibile un totale crollo della fiducia. Tra i vari punti è bene sottolineare INTERVENTI DI TAX POLICY, comprendenti sia contributi a disoccupati e a categorie deboli, sia adeguamenti della tassazione a capacità contributiva attuale ed una preparazione alla ripresa; e INTERVENTI DI TAX ADMINISTRATION, mirati allo snellimento e velocizzazione delle pratiche burocratiche così come al miglioramento della comunicazione. L’Europa alza la voce con sostegni alle imprese mediante incentivi a chi produce macchinari sanitari per fronteggiare l’emergenza, percentuali notevoli del PIL per sostegno alla liquidità, oltre €540 miliardi per sostegni ai lavoratori, piani di recupero ed altro. Tra le incertezze date dai battibecchi tra i vari Paesi, la fiducia dei cittadini ne risente fortemente, sempre più incerta della solidità di un apparato europeo che oggi sembra essere diviso da una linea visibile di individualismo e amor per la propria Nazione. Le stime per un recupero della fiducia degli operatori allargano gli orizzonti per confermare una ripresa tra 2 o 3 anni, sempre se i pilastri dei governi nazionali e delle autorità europee riusciranno a tener ben saldi visioni comuni e, soprattutto, la protezione dei cittadini, in questo momento fortemente indeboliti.

Fonti

  • La Stampa
  • Milano Finanza
  • ISTAT
  • Tax Law Firm
  • Il Sole 24 Ore
  • Macroeconomia: una prospettiva europea, Blanchard, Amighini Giavazzi


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Crolla la fiducia nelle banche

Carmine Murzilli - SFClub Pescara

La fiducia nelle banche è in declino ormai da anni. Non è certo una sorpresa né una novità. Il grado di “confidenza” verso le banche, fra gli italiani, agli inizi degli anni 2000 era già intorno al 30%. Non moltissimo, ma, comunque, non poco. Per spiegare in maniera semplice l’attività della banca, si potrebbero adottare le parole usate da Mickey Rourke in “Nove settimane e mezzo”, che disse “I make money by money”. Cioè: faccio soldi con i soldi. Per questo è difficile immaginare come le istituzioni bancarie possano mantenere un rapporto stretto e duraturo con la società. In tempi di tempeste monetarie e finanziarie globali, il loro “credito” (non per caso sinonimo di “attività bancaria”) si logora. Infatti, dopo la crisi del 2008, la fiducia nei loro confronti è calata sotto il 20% e negli ultimi anni è scesa ulteriormente, attestandosi prima fra il 12 e il 16%, per poi arrivare secondo le stime intorno all’8% attuale.

Certo, le tempeste che hanno coinvolto le banche, soprattutto locali, non hanno origine “solo” finanziaria. Così, il loro impatto e le loro conseguenze non riguardano e non riguarderanno “solo” economia e finanza, ma riflettono le trasformazioni e tensioni dello sviluppo territoriale; ecco perché, dietro alla crisi delle banche, si può cogliere la crisi del rapporto fra economia, società e politica.

Ma allora come possono le banche far aumentare di nuovo la loro fiducia? In primis dando l’importanza di assicurare il rispetto formale e sostanziale della normativa concernente la trasparenza delle condizioni contrattuali e la correttezza dei rapporti con la clientela. La fiducia tra banca e cliente, infatti, si conquista non solo con il superamento ed il mantenimento di elevati requisiti patrimoniali o indici di liquidità o di leva finanziaria, ma anche con l’estrema correttezza dei comportamenti adottati nei confronti della clientela che, come noto, sono il miglior investimento di marketing che un qualsiasi intermediario possa effettuare. Meglio requisiti patrimoniali al limite correlati con una grande fiducia della propria clientela piuttosto che il reciproco: la fiducia nella propria banca, infatti, rappresenta la prima “difesa”, sostanziale e reciproca, per banca e clientela; un tema forse troppo poco considerato dai manager bancari.

L’ampiezza dei servizi bancari fruiti, inoltre, aumenta il grado di fiducia tra banca e cliente, mentre la durata del rapporto bancario non pare incidere in misura significativa. La trasparenza e la correttezza dei comportamenti, una volta di più, si confermano come fattori centrali sia per la costruzione di rapporti fondati sulla fiducia, sia per imprimere un’adeguata evoluzione al portafoglio prodotti così come all’organizzazione di una banca. Possiamo quindi affermare che, mettendo il cliente al centro dell’attività bancaria, l’affidabilità di questo istituto si risolleverà?


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Rubrica

Funcode

La rubrica Fun Code si propone di rendere il mondo della programmazione, sempre più centrale nel business e nella finanza, più accessibile ed interessante, con esempi ed usi utili e divertenti.

Come vincere a Monopoly usando la matematica ed il codice Python

Alen Salatiello - General Manager SFClub Network

Monopoly è uno dei giochi da tavolo più giocato al mondo, ed ogni appassionato di business che si rispetti ha cominciato così a «fare affari» in famiglia e con gli amici; inoltre è un vero e proprio laboratorio di negoziazione. Ogni giocatore ha pensato almeno una volta alle migliori strategie - o ai peggiori trucchetti - per mandare in bancarotta i concorrenti, ma esiste un modello matematico vincente? Partendo dall’osservazione che non tutte le caselle di gioco - i terreni - sono uguali, è possibile utilizzare delle piccole nozioni di probabilità ed un codice Python per determinare i migliori terreni sui cui investire il prima possibile e garantirsi il monopolio necessario per arrivare alla vittoria. Il codice è stato elaborato da Matt Parker, matematico e divulgatore, e mostrato insieme ad Hannah Fry, matematica e divulgatrice, nel video riportato tra le fonti, dove si trovano tutti i link utili per approfondire la conoscenza con la divulgazione matematica fatta in maniera divertente.

Su quali proprietà conviene investire? Eseguendo il codice si simulano un miliardo di turni di gioco (un milione di partite con mille turni ciascuna) ottenendo così la probabilità di concludere il turno di un giocatore per ogni casella; si sfrutta così la Legge dei Grandi Numeri per ottenere una frequenza sufficientemente realistica dei passaggi sulle caselle. Da questa impostazione si può notare che sulla casella «In prigione!» si avrà lo 0% di possibilità di terminare il turno, perché arrivando lì si finirà appunto in prigione, dall’altro lato del tabellone di gioco. E saranno proprio le caselle successive la prigione ad essere quelle più frequentemente visitate durante il gioco, visto che questo evento è collegato a più possibilità nel gioco (probabilità ed imprevisti, triplo dado doppio, casella «In prigione!»), assumendo così un valore strategico più elevato per investimenti di lungo periodo. In termini di probabilità, sono riportati i sette terreni più e meno frequenti, escludendo quindi le caselle non ottenibili come «Tassa patrimoniale» o gli «Imprevisti».

Questi risultati possono essere replicati eseguendo il codice commentato⁴, facendo attenzione al numero di simulazioni che sono lanciate perché possono impiegare molto tempo ad essere terminate. Come previsto, i terreni del lato Ovest e Nord sono quelli con frequenze di sosta più elevate, e quindi che possono garantire rendite pagate più frequentemente dai propri competitors. È interessante notare che il tanto desiderato «Parco della Vittoria» non è da preferire alla «Società Acqua Potabile» (che nelle nuove edizioni italiane si chiama «Fontane» forse per citare una famosa scena di Totò), ma sicuramente rimarrà il terreno di riferimento per l’alta società ludica – vuoi mettere avere un albergo a Parco della Vittoria? – oltre che rimanere un sinonimo di lusso in tutto il mondo (come Mayfair in UK e Broadwalk in USA).



Il codice può essere letto direttamente di seguito, premendo sul tasto Code, oppure può essere scaricato in formato .txt da questo link.


"""
Come vincere a Monopoly usando matematica e codice Python
Code By Matt Parker - standupmaths.com
Commented by ALEN - GM @ SFClub
"""
def monop(finish_order=3,games_order=3):   # Seleziona l'esponente della potenza
                                           # Cosi' sono 1000 turni e 1000 partite
                                         
    finish = 10**finish_order   # Quanti turni di gioco, esponente leggi sopra
    games = 10**games_order     # Quante partite simulate, esponente leggi sopra
    
    import random    # Carica supporto per RNG
    from random import shuffle
    
    squares = []     # Array delle caselle di sosta
    
    # Resetto il valore del contatore quando passo dal via
    while len(squares) < 40: 
        squares.append(0)
    
    # Tutti i possibili valori dei lanci dei dadi
    rollvalues = [2,3,4,5,6,7,3,4,5,6,7,8,4,5,6,7,8,9,5,6,7,8,9,10,6,7,8, \
                  9,10,11,7,8,9,10,11,12]
    
    games_finished = 0 # Contatore delle partite fatte
    
    while games_finished < games:    # Ciclo per ciascuna partita
        
        # Carico Probabilita' , 16 carte e le mischio ad inizio partita
        master_chest = [0,40,40,40,40,10,40,40,40,40,40,40,40,40,40,40]
        chest = [i for i in master_chest]     # Pila carte Probabilita' 
        shuffle(chest)
        
        # Carico Imprevisti, 16 carte e le mischio ad inizio partita
        master_chance = [0,24,11,'U','R',40,40,'B',10,40,40,5,39,40,40,40]
        chance = [i for i in master_chance]   # Pila carte Imprevisti
        shuffle(chance)
        
        # Contatori per dadi doppi, posizione e turni di gioco
        doubles = 0
        position = 0
        gos = 0
        
        while gos < finish:    # Ciclo per ciascun turno
            
            diceroll = int(36*random.random())    # Lancio del dado
            
            if diceroll in [0,7,14,21,28,35]:     # Controllo dei dadi doppi
                doubles += 1                      # Se e' doppio aumento il contatore
            else:
                doubles = 0                       # Se non e' doppio proseguo
            if doubles >= 3:                      # Se e' triplo doppio vado in prigione
                position = 10                     # Posizione della prigione
            else:                                 # Proseguo il turno di gioco
                
                # Calcolo della mia posizione, in modulo 40
                position = (position + rollvalues[diceroll])%40
                
                # Caselle Imprevisti
                if position in [7,22,33]: 
                    chance_card = chance.pop(0)   # Estraggo carta dalla pila
                    if len(chance) == 0:          # Se finisco le carte le rimischio
                        chance = [i for i in master_chance]
                        shuffle(chance)
                    if chance_card != 40:         # Pesco carta che mi sposta
                        
                        if isinstance(chance_card,int):
                            position = chance_card         # Mi sposto a destinazione
                        elif chance_card == 'U':           # Visito centrale o acqua
                            while position not in [12,28]:
                                position = (position + 1)%40
                        elif chance_card == 'R':           # Visito stazioni
                            while position not in [5,15,25,35]:
                                position = (position + 1)%40
                        elif chance_card == 'B':           # Faccio 3 passi indietro
                            position = position - 3
                
                # Caselle Probabilita' 
                elif position in [2,17]:
                    chest_card = chest.pop(0)              # Estraggo una carta dalla pila
                    if len(chest) == 0:                    # Se finisco le carte le rimischio
                        chest = [i for i in master_chest]
                        shuffle(chest)
                    if chest_card != 40:                   # Pesco carta che mi sposta
                        position = chest_card
                
                # Vai in prigione!        
                if position == 30:      # Go to jail
                    position = 10
                    
            # Una volta mosso, scrivo la mia posizione        
            squares.insert(position,(squares.pop(position)+1))
            
            gos += 1          # Finito il turno aumento il contatore
        
        games_finished += 1   # Finita una partita aumento il contatore
                              # Le partite finiscono solo dopo i turni impostati
    
    return squares            # A fine simulazione ottengo il conteggio delle caselle

if __name__ == "__main__":

    print(monop())
# END


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Focus del mese

Il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia

Giacomo Maini - SFClub Cattolica

Nel febbraio del 1981 avvenne quello che passò alle cronache come il “divorzio” tra ministero del Tesoro e Banca d’Italia. Molte parole e molte bufale sono state spese sull’argomento, ragion per cui si cercherà di fare chiarezza su un tema tanto dibattuto quanto erroneamente percepito dall’opinione pubblica. Per fare ciò, è bene prima di tutto inquadrare il contesto economico dell’epoca.

All’inizio degli anni 80 l’Italia aveva un’inflazione del 19,55% (si pensi che oggi è dello 0,49%) e gli italiani si vedevano eroso gran parte del proprio potere di acquisto a causa dell’aumento incessante dei prezzi e della conseguente svalutazione della Lira. Un’inflazione così alta, a lungo andare, avrebbe avuto effetti deleteri sull’economia del paese, rischiando di fare entrare il sistema in una spirale inflazionistica. Ma facciamo un passo indietro fino al 1975, l’anno in cui (ufficiosamente) Tesoro e Banca d’Italia stipularono un accordo con il quale la seconda si impegnava ad acquistare i titoli di stato non collocati alle aste del Tesoro. Questo significa che era il Tesoro stesso a fissare il tasso di interesse dei titoli di stato e non gli investitori, e quindi il mercato. Per fare un breve esempio, supponiamo che il Tesoro avesse la necessità di collocare sul mercato BTP (Buoni del Tesoro Poliennali) per 1000 miliardi di Lire ad un tasso del 9%. Supponiamo che le banche e gli investitori, per quel prezzo, erano disposti a comprarne solo 600 miliardi e per i restanti avrebbero chiesto un interesse più alto. In tal caso, il Tesoro non avrebbe avuto bisogno di aumentare il tasso di interesse (che avrebbe voluto dire una maggior spesa per lo stato), mentre la Banca d’Italia avrebbe acquistato la parte di titoli non collocata al 9% stampando nuova moneta. Capite come questo meccanismo era conveniente per il Tesoro ma dannoso per l’economia a causa dell’inflazione generata dalla continua stampa di moneta.

Questo accordo non era sancito da nessuna legge, era una prassi che durò fino al 1981 quando Carlo Azeglio Ciampi, ai tempi governatore della Banca d’Italia e Beniamino Andreatta, l’allora ministro del Tesoro, decisero tramite uno scambio di lettere di porre fine al “sodalizio”. Si parlò di divorzio perché, da quel momento in poi, la gestione della politica monetaria inizio gradualmente ad essere determinata non più dal Tesoro ma dalla Banca d’Italia. Nonostante ciò, le operazioni di acquisto di titoli residui da parte della Banca d’Italia non cessarono all’improvviso ma proseguirono fino al 1994.

Il divorzio rappresentò un forte segnale per i mercati. Significava che da quel momento in poi la Banca d’Italia non sarebbe più stata il “portafoglio della politica” ma, potendo gestire i tassi di interesse, li avrebbe manovrati in modo da abbattere l’inflazione e mantenere i prezzi stabili. Per frenare l’inflazione, infatti, è necessario stampare meno moneta facendo aumentare i tassi di interesse. Tuttavia, fino al 1981 tutto ciò non era possibile perché la Banca d’Italia doveva finanziare il deficit pubblico (causato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale) a tassi relativamente bassi e quindi stampando continuamente moneta. Ai tempi, gran parte del deficit pubblico era coperto dalle massicce operazioni di acquisto di titoli di stato da parte della Banca d’Italia. Il prezzo da pagare per indebitarsi a tassi bassi era quindi inflazionare l’economia e proprio l’inflazione era lo strumento mediante il quale lo Stato riusciva a tenere a bada il crescente debito. Infatti, i tassi di interesse reali resi negativi dall’inflazione (si ricordi l’equazione di Fisher in cui l’interesse reale è pari all’interesse nominale al netto dell’inflazione) erodevano il potere d’acquisto dei titoli di stato in circolazione e di conseguenza il valore nominale del debito pubblico.

Questo scontentava non solo gli investitori e le banche che detenevano titoli di stato, ma anche le famiglie che dovevano pagare a caro prezzo l’elevatissima inflazione. Di conseguenza il divorzio si rivelò necessario per stabilizzare il sistema economico ed evitare un ulteriore rincaro della vita. Inoltre, il divorzio non solo fu necessario per stabilizzare i prezzi, ma anche per dare credibilità alla Banca d’Italia. Da quel momento in poi i governi non avrebbero più potuto usare la politica monetaria per fini elettorali e per sovvenzionare spese poco lungimiranti e di dubbia efficacia. La separazione ha portato i suoi benefici vedendo il livello di inflazione passare dal 19,55% del 1980 al 9,37% del 1984, continuando la sua discesa negli anni successivi.

In molti, a distanza di quaranta anni, continuano a vedere il divorzio come causa principale della crescita del debito pubblico e dei problemi strutturali della nostra economia. Tuttavia, quanto accaduto ha reso possibile la stabilizzazione dei prezzi e, insieme all’ingresso nel 1979 dell’Italia nello SME (Sistema Monetario Europeo), ha limitato la svalutazione della vecchia Lira. È bene ricordare che anche ad oggi, l’unico obiettivo della Banca Centrale Europea è la stabilità dei prezzi e quindi il controllo dell’inflazione.


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SF Club Magazine

Maggio 2020

La Redazione

Carlo Ferrari, Responsabile - SFClub Cattolica

Carola Iansante, Graphic Designer versione PDF - SFClub Cattolica

Riccardo De Mei & Simone Conti, Design e realizzazione della versione HTML - Starting Finance

Andrea Ciotti, Project Manager

Alen Salatiello, General Manager Starting Finance Community


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